Una modesta proposta

di Francesco Galofaro, Politecnico di Milano

Confindustria è fermamente contraria al decreto dignità. “Il ritorno delle causali comporterà un aumento del contenzioso, che le riforme degli anni scorsi avevano contribuito ad abbattere (le cause di lavoro sui contratti a termine sono passate da oltre 8mila nel 2012 a 1.250 nel 2016)”. La ragione è semplice: i governi di “sinistra” hanno eliminato l’unico strumento che il lavoratore precario poteva impiegare per far rispettare i propri diritti e magari farsi assumere a tempo indeterminato. Poi si chiedono perché hanno perso le elezioni…
Confindustria chiede il permesso di abusare di una tipologia di contratto che in teoria era nata per coprire esigenze lavorative di tipo straordinario. La stessa cosa era accaduta con i voucher – ricordo ancora i colleghi docenti pagati in questo modo.
Secondo Confindustria, il Decreto Dignità, “pur perseguendo obiettivi condivisibili”, rende “più incerto e imprevedibile il quadro delle regole”. E’ interessante: Confindustria riconosce che l’obiettivo di ridurre il “così detto precariato” (sic!) è tuttosommato condivisibile. Certamente, una modica quantità di precarietà in meno vuol dire pianificare meglio la propria vita e poter fare investimenti di medio/lungo periodo, comprare a rate una macchina, accendere un mutuo per una casa … Trovatemi una banca che conceda mutui ai precari. L’imprenditore sa che tutto questo potrebbe significare maggiori vendite per il proprio prodotto – l’unica unità di misura del suo piccolo mondo, il suo “Umwelt”. Al riguardo, già Marx notava nel Capitale la grande coerenza dell’imprenditore, pronto a concedere che aumenti generali dei salari permetterebbero ai lavoratori di comprare i suoi prodotti, ma rapidissimo a negare gli stessi aumenti ai propri dipendenti, nel caso li chiedessero.
Se ne conclude che il rispetto della dignità umana del lavoratore in quanto persona sarebbe perfino una cosa giusta, per l’imprenditore, il quale non è disposto a perdere ogni residuo rispetto per se stesso e ammettere una volta per tutte di essere soltanto un negriero e un pescecane. L’imprenditore preferisce pur sempre considerarsi un filantropo, uno che lavora per darti un lavoro.
E’ giusto, dicevo, considerare l’etica, ma bisogna stare pur sempre attenti a non turbare la fiducia dell’impresa “disincentivando gli investimenti e limitando la crescita”. E non hanno tutti i torti: per ridistribuire pane, bisogna produrre pane. Se gli imprenditori sfiduciati non producono abbastanza pane, redistribuiremo le briciole.
Ecco quindi la mia modesta proposta: perché non ritorniamo a quel sano, tradizionale istituto che era la schiavitù per debiti? In questo modo il consumatore potrà ripagare in comode giornate lavorative quei beni che non può procurarsi. Gli imprenditori potranno avvalersi di una fonte di manodopera gratuita, somministrata al bisogno, e senza che i lavoratori avanzino pretese sui loro “così detti diritti”. In questo modo sarà vinta ogni titubanza, ogni timidezza dei pavidi imprenditori timorosi del loro incerto futuro, e l’economia tornerà a crescere.
Prevista dal diritto romano fin dai tempi della legge delle XII tavole, la schiavitù per debiti è un caposaldo della nostra cultura giuridica e un fondamento della nostra civiltà. Grazie ad essa e al concetto di nexum, possiamo impegnare il nostro lavoro – o quello di un congiunto sul quale esercitiamo la patria potestà – a garanzia che ripagheremo il prestito che ci viene fatto. Nulla di scandaloso, dunque: in una società liberale dovrei poter essere libero di fare quel che credo del mio lavoro.
Ovviamente, non si tratta di ritornare alla vecchia logica della schiavitù, per cui il padrone doveva accollarsi vitto e alloggio di una famiglia intera, compresi anziani, ammalati e bambini improduttivi. Si tratterebbe comunque di una schiavitù più moderna e attuale, più flessibile e funzionale, simile alle giornate di corvée che il vassallo dedicava al proprio signore, mantenendo il diritto di lavorare per sé nel tempo rimanente e il dovere di provvedere da sé ai propri congiunti. Un’organizzazione pubblica potrà ottimizzare la turnazione delle prestazioni, assicurandosi che ogni imprenditore possa efficientemente usufruire del lavoro schiavile, in modo da ripagarsi per ogni forma di mancato introito. Contemporaneamente, le statistiche della povertà e della disoccupazione si azzererebbero. Mi pare quindi che la mia proposta presenti soltanto lati positivi e nessun lato negativo. Dichiaro con tutta la sincerità del mio cuore che non ho il minimo interesse personale a cercar di promuovere quest’opera necessaria e che non sono mosso da altro motivo che il bene generale del mio Paese, nel miglioramento dei nostri commerci, nell’assistenza ai piccoli e l’aiuto ai bisognosi. Ci pensino i giovani amministratori del PD e i giornalisti di Repubblica: il ritorno alla schiavitù per debiti potrebbe rivelarsi il punto vincente della campagna per tornare finalmente in sella alle prossime elezioni.

 

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